Mi avete rotto le palle. E sono pure appese male.

Palline, luci, fili argentati, angioletti, stelle. Mi appendono addosso qualsiasi cosa, senza mai chiedersi se mi va.

un Albero di Natale

Mi chiamano “lo spirito del Natale”. Simbolo di calore, tradizione, famiglia. Ma nessuno si è mai fermato a chiedermi come sto davvero.

Sono un albero di Natale. E sì, mi sono stufato.

Ogni anno è la stessa storia. Vengo tirato fuori da una scatola impolverata – o peggio, tagliato via da un bosco che non rivedrò mai più – e piazzato in un angolo del salotto come una specie di totem decorativo. All’inizio tutti mi guardano con entusiasmo: “Che bello!”, “Quest’anno è perfetto!”, “Fa subito atmosfera!”. Poi iniziano a coprirmi.

Palline, luci, fili argentati, angioletti, stelle. Mi appendono addosso qualsiasi cosa, senza mai chiedersi se mi va. Alcune di quelle palline sono rotte, crepate, rattoppate con nastro adesivo. E io lì, a sorreggere tutto, in silenzio. Sempre dritto, sempre brillante. Sempre “festivo”.

La verità? Peso. Non solo fisicamente, ma anche simbolicamente. Sono carico delle aspettative di tutti. Devo essere bello nelle foto, accogliente per gli ospiti, perfetto la mattina del 25. Guai se una luce si spegne o se un ramo si piega nel modo sbagliato: subito qualcuno interviene, sistema, corregge. Non posso permettermi di essere imperfetto.

E poi c’è quella strana energia che riempie la casa. All’apparenza è gioia, ma io la sento da vicino. È frenesia. È stress. Discussioni soffocate in cucina, corse all’ultimo regalo, sorrisi un po’ tirati. Io sono lì, illuminato a festa, mentre intorno a me si consuma una recita che tutti conoscono a memoria.

A volte mi chiedo com’era prima. Se ero un albero vero, forse avevo radici, vento, silenzio. Qui invece ho solo prese elettriche e pavimenti lucidi. Nessuno si appoggia a me per davvero, nessuno si ferma a guardarmi senza pensare a come appaio.

E quando tutto finisce? Sparisco. Spento, spogliato, smontato. Torno nella scatola, di nuovo al buio. Nessuno dice: “Grazie”. Nessuno si chiede se sono stanco.

Lo sono.

Sono stanco di essere un simbolo. Stanco di rappresentare qualcosa che, forse, nemmeno esiste più davvero. Stanco di sostenere luci che non scaldano e decorazioni che coprono più di quanto mostrino.

Eppure, lo so già: l’anno prossimo sarò di nuovo qui. Mi tireranno fuori, mi monteranno, mi addobberanno. E io resterò in piedi, come sempre.

Perché questo è il mio ruolo.